FRUGANDO FRA I RICORDI D'INFANZIA

di Giancarlo Banaudi

 

Ho letto con interesse la ricerca di Nadia, mia figlia, intitolata "La Società della Binda" prima ancora che andasse in stampa. Mi sono compiaciuto dell'argomento da lei trattato e della sostanzialità del contenuto di alcuni aspetti, riferiti in parte ad un periodo di cui conservo vivo il ricordo. Confesso che nell'immediato mi è venuta la tentazione di suggerirle alcuni aneddoti da collocare qua e là nel suo testo, ma per delicatezza mi sono astenuto. Non potevo stravolgere l'impronta di un lavoro accurato con le mie giaculatorie. Tuttavia, frugando fra i ricordi della mia infanzia, ne trovo di simpatici che vi vorrei raccontare .Spero che non vi dispiacerà percorrere idealmente con me, tratti di vita serena difficilmente ripetibili nell'odierna "rincorsa". Va da sé che, in ragione dello spazio disponibile mi limiterò ad evocarne soltanto alcuni in ordine sparso, tralasciandone molti altri un po' a malincuore.
A Piaggia, la maggioranza delle famiglie possedeva una sola mucca, due al massimo. Il ricavato della vendita dei vitelli consentiva di poter acquistare le scarpe e un po' di vestiario oltre all'indispensabile per la casa. Gli acquirenti del prezioso quadrupede, erano i macellai di Mendatica e di Ormea. Le trattative ogni volta estenuanti per ottenere qualche liretta in più, lasciavano puntualmente amareggiato il venditore e contento l'acquirente il quale non mancava di fingere il contrario. Se la transazione avveniva d'inverno, bisognava utilizzare la slitta (a lèsa) fin sotto S.Bernardo di Mendatica quindi proseguire alla volta del negoziante spingendo e strattonando quelle povere bestie che sembravano intuire quale destino li attendesse. Poi la pesa, causa endemica di animate discussioni talvolta antipatiche quando il rito si ripeteva fino a provocare l'evacuazione intestinale al vitello col preciso scopo di diminuirne il peso corporeo. Non bastava il calo dovuto al lungo tragitto, ci volevano anche trucchetti e malizie ormai desuete ad esasperare gli animi fino a decidere di riportarsi indietro il condannato.

Sempre a Piaggia, i proprietari che potevano definirsi allevatori nel al periodo di mia conoscenza erano tre: Lanteri Francesco (Cè der batëè), Sasso Cesare e Lanteri Emilio (Migliu dër Mùt). Costoro infatti non affittavano la malgheria della Binda disponendo di capi a sufficienza per occupare "caricare", così si dice, quella del "Ciot" situata oltre il Rio Bavera all'altezza degli insediamenti di Monesi e la "Bandia" dirimpetto a Piaggia. Essi, peraltro provvedevano autonomamente alla commercializzazione dei prodotti e a quant'altro attinente l'attività. Per tutti gli altri, dunque, fu scelta saggia consociarsi e aggiungerei, benedetto colui che ne fu l'ideatore. Nadia, rimanendo fedele all'argomento trattato, indica il periodo estivo d'alpeggio esattamente come sancito dallo statuto della società che personalmente preferisco definire sodalizio in virtù della solidarietà pregnante non certo limitata a pochi mesi dell'anno. A margine del periodo d'alpeggio, vale a dire in primavera e autunno, le mucche, oltre ad essere accudite in stalla, venivano condotte al pascolo giornalmente col vantaggio di economizzare sul mantenimento e migliorando al tempo stesso la resa del latte.Tale incombenza, demandata quasi sempre alle donne, era regolata da turni affissi di volta in volta, con puntine da disegno o chiodini da scarpe (bruchete da causèe) ad una porta sottostante la "scala di Milano", foro dopo foro, foglietto su foglietto, quell'uscio sembrava impallinato.Ogni mattina il bestiame veniva radunato "alla foce"quasi in cima la paese, e qui affidato alla persona designata che lo prendeva in consegna per poi procedere in su verso "i bundassi", radura erbosa sovrastante Valcona Soprana (località di Mendatica).

Una volta raggiunto il luogo, la prima attenzione era rivolta al tascapane, una sorta di borsello a tracolla, contenente: pane casareccio, formaggio, bruss, una bottiglia d'acqua riempita strada facendo ed il coltello come unica stoviglia.Dunque niente rossetto, smalto, pennellini, specchietti e pinzette per il trucco.Niente telefonino e DVD.Tutt'al più, ago e rocchetto per appioppare sistematicamente pezze al culo e ginocchiere a pantaloni consunti fino allo stremo.Le mamme portavano con sé i bambini, quelli che non erano a scuola.Le ragazze maggiorenni, libere da impegni familiari, potevano concedersi di "conversare"con qualche giovanotto, che guarda casa passava di lì.Non si capisce bene, anzi io non capivo ancora, come mai a conclusione di quelle chiacchierate sottovoce coperte dall'amabile suono ritmato dei campanacci, lasciassero conficcati sul dorso dei maglioni delle signorine, batuffoli di "cardelle" e fili d'erba in quantità.Evidentemente, complice, la fresca ombra dei larici, la purezza dell'aria e la dolce atmosfera di pace, lontano da occhi indiscreti favorivano qualche trasgressione della cui efficacia non dovrebbe sussistere alcun dubbio.Verso sera il rientro, in tempo utile per la mungitura a cui generalmente provvedevano gli uomini appena tornati dai campi o dalle altre faticose attività lavorative. Passando ad argomenti di natura diversa, ma pur sempre attinenti alla società della Binda, laddove Nadia parla della lavorazione del latte: futèe, burèe e così via, merita sottolineare l'aspetto igienico legato a tali delicate pratiche. In assenza d'impianti adeguati, la pulizia dei recipienti rappresentava un'ossessiva peculiarità demandata ai controllori responsabili.
Di questa imprescindibile severità, il principale capo espiatorio era Giacum Antò che conobbi personalmente.Un uomo piccoletto e simpatico, abile operaio di Vastera, salvo una controindicazione a suo carico, quella di masticare tabacco.Direte voi che c'entra questo?C'entra eccome, poiché la "cicca" provoca abbondante salivazione ambrata difficilmente contenibile. Per ciò, il caro buon'anima, pur adottando le dovute precauzioni, era soggetto a continui rimbrotti e tenuto costantemente d'occhio.Fu a causa di un errore di mira che una volta, il temuto incidente si verificò e un cassone di bruss venne rovesciato in mezzo alle ortiche. La malgheria era costituita da casupole (ciaböti) di cui uno facilmente distinguibile perché annerito dal fumo, adibito a cucina. Al suo interno un focolare situato nell'angolo di destra entrando, privo di fumaiolo.
Una grossa catena penzolante serviva per appendervi il pentolone (a lavegia) per la cottura del cibo.Il fuoco veniva alimentato con rami di larice scoppiettanti dal gradevolssimo profumo di resina. A fianco della cucina e precisamente il primo all'entrata della Vastera, un altro "ciabot" destinano a residenza di sua maestà il toro (ër mans) che, come un principe viziato riceveva speciali cure e particolari attenzioni, non ultima, l'isolamento per ovvi motivi di sicurezza e..non solo.Dietro, altre due casupole: il dormitorio dei mandriani con giacigli di frasche e paglia ben poco confortevoli e la "sèla", ambiente idoneo alla conservazione e stagionamento del formaggio tenuto rigorosamente sotto chiave. Questo singolare manufatto era coperto di zolle erbose allo scopo di assicurare la frescura dentro e al tempo stesso evitare per quanto possibile infiltrazioni d'acqua piovana.Un grosso tronco d'albero scavato fungeva da abbeveratoio.L'acqua di un ruscello vi entrava cristalina da sopra per uscirne dall'altra sommità a ciclo continuo.Un grande capannone perimetrato a palificazione e coperto di lamiere ondulate serviva da ricovero per la mandria durante i temporali.Questa costruzione rappresentava un ulteriore pregio per la Binda rispetto alle altre malgherie prive di riparo.La totale assenza di servizi igenici causava difficoltà agli uomini e anche un certo imbarazzo.
Li guardavo incantato radersi accanto all'accesso della cucina e specchiarsi in un coccio appeso ad un chiodo.Pennello, sapone e rasoio erano riposti in una cavità fra i sassi. Rammento anche la Binda come meta ambìta dai villeggianti attratti dalla bellezza del luogo e dalla genuinità di una merenda a base di latte appena munto, offerta volentieri in cambio della gradita compagnia.Come potrei dimenticare l'unicità di quella rialassante atmosfera fatta di suoni, colori e odori forti. Canto di uccelletti, gracchiare di corvi, muggito di vacche, abbaiare di cani, urli d'ordine dei vaccari (vachèe), echeggiavano ritmati tutto il gorno come musica inedita.La fatica per il duro lavoro sembrava non segnasse i volti scuri dei marghèe quando si trattava di scendere a Piaggia in occasione delle "feste grandi". Nell'osteria alcuni di loro tenevano banco tracannando bottiglie di vino. Altri, più giovani, privilegiavano il ballo e anche lì si distinguevano nonostante i previdenziali bagni d'essenza di lavanda e i capelli bisunti di "brillantina tricofilina", il carattestico "odore professionale riemergeva prepotentemente col sudore.
Anche quel particolare olezzo aveva un nome: "bëstin", inconveniente veniale che non turbava in alcun modo le ballerine anzi, ad essere sinceri ne sembravano attratte salvo poi lasciarsi andare in petttegolezzi, ma soltanto il giorno dopo perché all'atto pratico sempre di bei giovanottti si trattava. I più anzianotti, per intenderci quelli che stavano volentieri sul bicchiere, cantando insieme ai Piaggesi.Avevano mani indurite dalle innumerevoli mungiture.Sui loro pollici si poteva notare una grossa collosità (sùros) e anche le altre dita erano deformi.Povera gente onesta della cui fatica non v'è menzione né riconoscimento alcuno.Si accontentavano di poco, e con poco erano gioviali. Tornando al latte, veniva colato ancora tiepido in grossi bidoni d'alluminio e subito richiusi ermeticamente quindi immersi nella gelida acqua corrente in attesa del trasferimento a valle. Il trasporto verso la centrale di Imperia, si svolgeva in due tappe.La prima su carro trainato da mulo fino a Piaggia e l'altra da Piaggia a destinazione su autocarro.Una sola volta il consiglio della società deliberò di incanalare il latte fino alla carrozzabile di Valcona in corrispondenza dei rio Secae tramite un tubo di gomma, ma il risultato fu deludente e si decise di tornare al carro.L'incarico di conducente era affidato a due gagliardi giovani poco più che adolescenti: Pastorelli Elisio con la mula "Pina" di Lanteri Giovanni (Giuanin da Capèla) e Lanteri Adolfo. Rainisio Alfredo col mulo "Bibi" di suo padre che ne aveva l'appalto.Essi percorrevano nottetempo e di pomeriggio la mulattiera verso la Binda e sovraccarichi tornavano in paese.Tale era lo sforzo del traino che i muli grondavano di sudore. Così, non appena tolti i finimenti, sul loro dorso veniva posata una coperta.Tanto Elisio quanto Alfredo non necessitavano di palestra per tonificare i muscoli.Sollevare bidoni di sessanta chili come fuscelli era per loro pane quotidiano.Sovente lungo il tragitto si sdraiavano sul carro e il sonno prendeva il sopravvento, ma bisogna ammettere ch eanche i muli hanno un cuore, un buon senso o più semplicemente un istinto.Fatto sta che pur senza sprono raggiungevano la meta per consegnare giovanotto e carro ai "marghèe". Ninetto di Cesio e Bruno di Cosio d'Arroscia, il secondo cognato del Commendatore Giacomo Alberti, titolare della omonima centrale, oggi struttura industriale d'avanguardia sita in Regione Aribaga, comprensorio comunale di Pontedassio; erano gli autisti dell'autocarro "Leoncino" grigio (ër camiu dër lait).Ho l'assoluta certezza che i Piaggesi si compiaceranno nel sentirli nominare.Leggendo il mio pensiero rivolto ad essi, saranno in molti a ricordarli come autentici benefattori per la nostra comunità.Io stesso so di non esagerare nel definirli tali.Per meglio comprendere il senso, occorrre tenere presente che nei primi anni cinquanta, in paese nessun privato disponeva di automezzi prorpi e i mezzi pubblici, le corriere, transitavano da Nava a 16 Km.Il capolinea più vicino era a Mendatica Km 11. Si capisce quanto fossero disagevoli gli spostamenti dovendosi portare sia in una parte che nell'altra località, a piedi.Le macchine di piazza, se chiamate, giungevano da Ormea, Ponte di Nava, Nava, Pieve di Teco e costavano molto.Per fortuna, almeno d'estatem si poteva contare sul camion del altte grazie all'ammirevole comprensione di chi lo guidava.Indifferentemente che ci fosse Bruno o Ninetto non ci fu mai cenno di rifiuto.Sovente, trovandosi più d'uno nella piccola cabina, si stava pigiati come sardine in scatola.Io stesso, ho viaggiato in quel modo, dietro un sedile, sopra una cassetta di utensili.Il "leoncino"non era dotato di impianto stereo, ma non se ne avvertiva affatto la mancanza.Con le budelle i gola per i sobbalzi provenienti dal fondo stradale sonnesso, altro che asfalto a tappeto!Incuranti dei rumori, conducente e passeggeri intonavano le canzoni più in voga: donna riccia, il pericoloo numero uno e via di seguito.Come intermezzo barzellette oscene seguite da risate a squarciagola e battute gogliardiche opportunamente addomensticate per la opresenza di bambini curiosi come me.In un batter d'occhio, almeno così sembrava, si raggiungeva Pieve di Teco che era anche la meta più gettonata per fare acquisti.Tra il bivio di Acquetico e Pieve, per l'appunto, serpeggiava il timore di imbattersi inqualche pattuglia di agenti che, difficilmente avrebbe usato clemenza al cospetto di siffatto carico umano.Tuttavia, per quanto ne so, andò sempre liscia.Potrà sembrare esagerato attribuire tanta stima a due uomini che come tanti altri si guadagnavano onestamente la pagnotta, ma non lo è affatto se si ha l'umiltà di riportare il pensiero a ritroso di mezzo secolo.il progresso postumo ha portato benessere e comodità, ha alleviato fatiche e rinunce, mma per convesso ha sopito valori valori importanti.In oparole povere, si è fatto strada l'individualismo lasciando spazi vieppiù marginali alla solidarietà.Col trascorrere del tempo i "cavalieri del sorriso" come Bruno e Ninetto si sono persi e questa, credetmi non è retorica bensì semplice constatazione. Rievocando fatti e circostanzae connessia ad un sodalizio esemplare come "La Società della Binda" discioltasi verso la metà degli anni "60 in conseguenza della totale dismissione del bestiame, ne emergono i riscontri.Si percepisce quanto sia ampio il bivario nel raffronto di molteplici aspetti sociali.non ultimo quello dei rapporti umani, interpersonali e di civile convivenza.