La corda

di  Nadia Banaudi 

Nell’intento di riscoprire e ricostruire l’intera storia di Piaggia, eccomi a raccontarvi un altro semplice quanto particolare aspetto della vita passata. Segno indelebile di un’epoca ormai dissolta nelle nebbie del tempo andato. Questa penna, come una macchina del tempo, ha permesso alla memoria di chi li ha vissuti di tornare indietro nei ricordi e rivivere nei dettagli voluti dalla mia curiosità, aspetti della vita contadina comune a molti.Oggi storia quasi inverosimile che fa sorridere, vista la facilità di aggirare la fatica nel lavoro manuale con l’uso delle nuove tecnologie.
Fino ad alcuni decenni fa la popolazione di Piaggia si componeva di pastori e contadini: due figure spesso riunite nella stessa persona.Proprio del secondo aspetto voglio riferirvi.
Ogni singolo pezzo di terra, anche il più piccolo, era coltivato senza lasciare spazi vuoti nel più parsimonioso calcolo di resa delle colture.Originando così un simpatico effetto cromatico. 
I terrazzamenti esposti al sole coltivati a grano erano di un brillante giallo, mentre quelli pietrosi all’ombra lavorati a lenticchie (prelibate e preziose, barattate con l'olio) erano più scuri. Così dal Quart Sutan, sopra il Tanaro, al Passo della Porta.
Nel continuo ruotare di stagioni alla cura d’orti e campi si aggiungevano anche la raccolta di grano e fieno.Lavoro di braccia dal primo taglio all'ultimo trasporto, anche perché solo pochi godevano dell’aiuto di mulo o carro.
Ad intralciare il tutto, lo sviluppo verticale del paese che determina un dislivello d'altitudine di ben 150 metri (dalla prima all'ultima casa).Dovendosi, inoltre, spostare nella zona sottostante e sovrastante Piaggia, ed arrivare sino a quota 2000 metri per la raccolta, è facile immaginare come falciare, raccogliere e portare in paese il fieno riempisse l'intera giornata a tutti i membri d'ogni famiglia. Calcolando che, quattro persone raccoglievano in un giorno dai 12 ai 20 beriun (balle di fieno), del peso di 30-40 Kg ciascuno, riusciamo a stimare la mole di lavoro.


Immaginiamo ora la lunga fila d'uomini e donne, sul finire della sera che percorrono le mulattiere delle Culette, e Chisurane per arrivare in paese con la testa china, carichi dei grandi fasci. Giunto infine ognuno davanti al proprio stag, svuotare il fieno sulla pila già presente e preparare i beriun per l’indomani. Un lavoro instancabile, dal ritmo massacrante ed interminabile.
Ingegnosamente per sollevarsi dell'immane fatica quotidiana, i ragazzi del paese progettano allora un sistema alternativo: la corda a sbalzo.Siamo nel 1938 circa quando viene ordinata una corda lunga 1300 metri, spessa 1 cm, di ferro intrecciato. Alcuni uomini, incaricati del ritiro, si recano ad Ormea alla stazione del treno, ingenuamente senza soldi alla mano, facendo il viaggio a vuoto dovendola invece pagare in contrassegno.
Tornati al paese radunano tutti, anche gli anziani e i più reticenti convincendo ad acquistare in società la corda.Con 100 £ a famiglia (cifra di non indifferente peso!) ognuno contribuisce all’importo e la fune diventa proprietà dei Piaggesi.                       
Dapprima si costruiscono i cavalletti sul posto, alti diversamente, dai tre agli otto metri, secondo il pendio della montagna.Studiati in modo tale che il carico non strisci a terra. Ai fabbri il compito di preparare le pipe per il passaggio delle pulegge. Ogni capofamiglia infine si organizza di circa una dozzina di carrucole.
Terminato il lavoro preparativo una mattina di festa, una domenica, con l'aiuto di tutti gli uomini del paese, la corda è srotolata dal Mar ai Camp (sovrastanti le ultime case soprane). Inaugurando così un più comodo metodo per lo spostamento dei beriun al paese ed ai fienili.


Non è modificato però il procedimento di raccolta e mietitura, che conosce solo le veloci e abili mani contadine.Già dal giorno dopo San Pietro, a fine giugno, dal basso dei campi inizia la falciatura del fieno.L’erba raccolta dalle bunde (sponde) e dalle sprescie (ridosso verso il muro) è tagliata con a mesuira o er dagl, rastrellato con gran cura e impilato sopra il beriun disteso a terra, quindi tirate le corde, arrotolato e pronto al trasporto.
A rotazione ognuno alternava i propri basti, caratterizzati dalle iniziali incise sul legno, e li faceva scendere grazie alla corda.Si avvisava l’invio del carico battendo sulla carrucola con il bastone.Il correre dei fasci originava così un forte e tipico fischio.Si dava quindi il tempo utile per staccare il beriun dalla legatura, poiché spesso poteva rimanere incastrato, e si proseguiva segnalando solo più il termine dell'operazione.
 Ad ogni punto d’arrivo della corda era stata creata una fossa cintata per raccogliere i pesi caduti, che con tutta la velocità acquistata nella discesa rischiavano spesso di cadere nel fiume, o qualche fascia più in giù.Al capolinea poi si trovava uno scivolo di legno piuttosto alto per non far cadere il fieno. Ininterrottamente, il lavoro proseguiva sino a che l’ultimo raggio di luce non faceva capolino dietro la montagna. Il fischio era il gallo della sera che avvisava del tramonto.
La funicolare rimase sempre fissa anche durante i periodi invernali, sotto metri di neve, grazie alla cura continua dei cavalletti, effettuata da tutti i paesani, molto accorti nella manutenzione della preziosa collaboratrice.
Dopo il trasporto del fieno la corda, divenne utile anche per quello del grano (ben fasciato nei lenzuoli), della legna e del letame.Infatti, subito dopo aver provato la comodità della corda, furono aggiunti ben quattro sbalzi privati:

- dalle Graette alle Chisurane;

- dalle Culette ai Camp;

- dal Camp alla Cappella;

- da Monesi ai Sutan.

Solo nel 1942 i tedeschi la smontarono e tentarono di portarla al passo Tanarello, nell’intento d’usarla per il trasporto di materiali bellici, ma forse impediti dall'ingombro e dal peso finirono col lasciarla arrotolata sul posto.Fu quindi nuovamente montata dai Piaggesi ed ancora utilizzata.
Finì d’essere utile a mano a mano che diminuirono le bestie cui procurare il foraggio, e quando tutti i capi furono venduti, se ne diradò l’uso.Il graduale declino della popolazione ed il promettente avvento di Monesi, modificò ai restanti le abitudini e segnò il passaggio di un’epoca.
Racconta la sua storia, ora, mentre giace arrugginita e scomposta a terra, soffocata da roveti e ortiche.Così il sentiero ed i campi, che brillavano di frenetico lavoro…ora addormentati nel silenzio.Non si ode più il forte vociare nei campi, né si vede più il lungo serpente di gente scivolare giù dalla montagna, quel fischio per molti sarà solo un mito ...ma mai ne morirà il ricordo.