PETIZIONE DEI VIOZENESI  NELL’ANNO 1890

“ALCUNE NOTIZIE INTORNO A VIOZENA”

Sandro Montevecchi                 

         

Frugando tra gli scaffali di un negozio d’antiquariato, mi è recentemente capitato di scovare un libro del quale ignoravo l’esistenza e che ha per titolo “ALCUNE NOTIZIE INTORNO A VIOZENA - Suo clima, suo popolo, suoi bisogni ed esposizione d’un progetto”.

Definirlo libro, potrebbe in verità sembrare eccessivo, perché si tratta più propriamente di un opuscolo di una trentina di pagine scritte dal sacerdote Paolo Calleri il quale dal 1886 al 1891 resse le Chiese di Viozene e di Caccino.

          La pubblicazione, riccamente rilegata, contiene una sorta di petizione che i Viozenesi “per mano del loro pastore” il 25 marzo 1890 ebbero ad indirizzare a S.S. Real Maestà Re Umberto I, “memori degli insigni benefizi” ricevuti “da lui e da’ suoi augusti antecessori” nella speranza che il sovrano, una volta che fosse stato informato delle “misere condizioni e dei gravi bisogni della popolazione di Viozene” se ne facesse in qualche modo carico. Realisticamente consapevoli, peraltro, i Viozenesi, che non era il caso di farsi troppe illusioni, ma ugualmente fiduciosi che “se non potrà recarvi rimedio, pazienza” perché “è già un gran bene far conoscere il male e la necessità di curarlo”.

           Anche se non aggiungono nulla di sostanziale a quanto ho avuto modo di esporre nel mio libro “Viozene – Cento di questi anni”, le note di don Calleri contengono tuttavia considerazioni, riflessioni, riferimenti che, prescindendo dalla partecipazione emotiva di un giovane prete che considerava “piena di fatiche e di dolori” la cura delle anime,  sparse “fra un circuito di trenta o quaranta chilometri in territorio montuoso, all’altezza di oltre 1500 metri e sotto un clima incostante e perverso per otto mesi all’anno”, possono consentire di trarre approfondimenti storici, sociologici, economici di un certo interesse, aiutando ad ampliare e a meglio precisare lo spaccato di vita della popolazione di questo lembo di terra brigasca alla fine dell’Ottocento.

 

Planimetria  della  Viozenna      Matteo Vinzoni  anno 1730

Colonnello e Cartografo ufficiale della Repubblica di Genova.

Archivio di Stato di Genova - Autorizz. N° 17/03 – Prot. 1894. . V/9.03

 

 

La storia, innanzi tutto. Quella di Viozene si identifica, come noto, per seicento lunghi anni con la “questione delle Viozenne”: un periodo caratterizzato da aspre lotte e contese tra gli abitanti della valle Arroscia e della valle del Tanaro per il possesso dei pascoli.

 Don Calleri giustamente sottolinea come queste lotte si rinnovassero praticamente ogni anno, diventando particolarmente roventi per le due feste dell’Assunta e di S. Bartolomeo, probabilmente in coincidenza col fatto che in quei giorni i pastori erano usi ritrovarsi per festeggiare insieme le  ricorrenze religiose. Sulle origini delle contese, il sacerdote non sembra aver dubbi e le collega alla divisione in sottofeudi di cui agli inizi del 1200 furono oggetto le alte  valli  Tanaro ed Arroscia. In precedenza, fin verso la fine del secolo undicesimo, tutta la valle del Tanaro sarebbe stata invece compresa nella contea di Bredulo, facente capo ai marchesi di Torino e sarebbe poi passata a Bonifazio, marchese di Savona. Sul finire del dodicesimo secolo, le due valli superiori divennero infine proprietà del marchese Guglielmo di Ceva e, dopo questi, dei due figli Ottone e Bonifazio, dai quali discesero i marchesi di Clavesana. Sarebbero state appunto le profonde divisioni di cui furono oggetto i marchesati di Ceva e Clavesana a scatenare le contese, perché “finché gli abitanti dipendevano direttamente da un solo Signore godettero tranquillamente i loro beni; ma quando si videro sudditi di diversi Padroni, entrò nel loro animo rozzo ed ignorante la gelosia, l’odio, l’invidia, solite cause di discordia e di guai”.

  Senza nulla togliere alla validità della chiave di lettura proposta da don Calleri, c’è però da ricordare come la Repubblica di Genova, desiderosa di estendere i propri confini, non fosse contraria  a questa situazione di conflittualità e rifiutasse perciò ostinatamente le proposte di pace dei Savoia, i quali avevano invece tutto l’interesse a disporre di una via di comunicazione pacifica e tranquilla col mare di Oneglia; soprattutto per il trasporto del sale che, altrimenti, doveva essere trasportato da Nizza per la più lunga e difficile via del Col di Tenda.

   Sarebbe stato il timore del rapido diffondersi delle idee che avrebbero poi portato alla rivoluzione francese ad indurre Genova e Torino a trovare un accomodamento, consigliando di rinviare ad altri tempi la soluzione delle  antiche controversie. Si era nel 1787 e le Viozene (termine con cui don Calleri identifica tutto il territorio di Viozena e di Caccino) furono “definitivamente aggiudicate al Piemonte ed aggregate alla comunità di Ormea”.

    Delle precedenti lotte, due episodi meritano, per motivi diversi, di essere particolarmente evidenziati. Il primo, risalente al 1571, si riferisce ad un attacco dei Pievesi che, condotti dal loro Commissario, “piombarono improvvisamente sulle Viozene e bruciarono case, capanne e perfino la piccola Chiesa”. Il che, anche per don Calleri, starebbe inequivocabilmente a dimostrare come a Viozene esistesse “da più secoli, forse fin dai primi tempi” una chiesuola o una cappella e che di conseguenza la regione fosse abitata almeno d’estate. La chiesa, in ogni caso, non avrebbe avuto un prete fisso, ma “solo durante il tempo dei pascoli e nei giorni festivi doveva venire un Sacerdote da Cosio o Pieve, stipendiato dalla Repubblica Genovese o dai pastori”.

    Il secondo episodio, del 1783, si riferisce ancora una volta all’aggressione portata da cinquecento Pievesi ai danni dei Viozenesi: “la lotta durò accanita per tutta la giornata a colpi di moschetto, di coltelli e di bastoni, lasciando una parte e l’altra sul terreno morti e feriti, con grave danno delle campagne e coll’incendio di più capanne”. Fu questa, per così dire, la goccia che fece traboccare il vaso e che indusse il Re Vittorio Amedeo III, il quale già nel 1775 aveva istituito un corpo speciale di truppe alpine, a dare l’ordine di occupare militarmente le Viozene anche d’inverno. L’ordine, come noto, fu impartito al Cav. Pantaleo Prasca, Capitano della Legione leggera e comandante dei distaccamenti della valle del Tanaro. E doveva trattarsi di un personaggio di una certa importanza se, come documenta don Calleri, il Re ebbe ad indirizzargli personalmente due lettere: una in data 1 novembre 1785 e l’altra il 4 aprile 1786. Nelle lettere, denotando una sollecitudine quasi paterna per il benessere dei soldati, il sovrano dispose che i quarantacinque uomini scelti per presidiare le Viozene avessero “soldi nove di sovrappiù al giorno, legna, coperta, lenzuola, paglia e tutto quanto occorre per resistere al rigore del freddo e tante armi di più per provvederne i paesani in caso di aggressione”.  Aggiungendo poi: “ Faremo provvedere all’assistenza spirituale di essa truppa con destinare fissamente un religioso nella Cappella di S. Bartolomeo, il quale religioso supplirà alle veci di Cappellano ed occuperà una camera del Baraccone già destinata per un ufficiale”.

    La campagna ebbe termine sul finire del 1787 ed il Capitano Prasca ne ebbe in premio il conferimento dell’onorificenza dell’ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. Al religioso, che per la prima volta veniva ad essere fisso a Viozene, fu  assegnato invece uno stipendio annuo di 460 lire, oltre all’abitazione, alla legna ed “altro occorrente” e lo stipendio, inizialmente pagato dalla Cassa dei Re del Piemonte, fu successivamente corrisposto dal Fondo per il Culto. Il che spiega come mai il Rettore di Viozene, almeno fino al 1850, fosse considerato come Regio Cappellano e come tale usasse sottoscriversi e portare le divise.

   Avendo il Re disposto che per il sacerdote si provvedesse anche con  un’abitazione più conveniente, dell’incombenza, sempre per il tramite del capitano Prasca, fu incaricata la Comunità di Ormea. La quale, evidentemente sensibile alle regie sollecitazioni, “fissò” prontamente “l’incanto” e a sue spese “fece costruire detta casa Canonica a sei piccoli membri con un solo piano”. Secondo quanto riferisce don Calleri, nel tempo i Viozenesi avrebbero però finito col dimenticare che a sostenere le spese era stato il Comune e, ritenendo anzi che il merito fosse ascrivibile ai Savoia, pensarono che l’edificio potesse ormai essere considerato a tutti gli effetti proprietà della Chiesa. Tant’è vero che nel Catasto Comunale del 1858 la Canonica fu intestata alla Parrocchia di S. Bartolomeo, che si fece di conseguenza carico delle tasse sui fabbricati.

Evidentemente, però, a Ormea qualcuno ricordava in maniera diversa e, avendo nel frattempo i Viozenesi provveduto a costruire una nuova Canonica, attigua alla Chiesa, il Comune ritenne di poter rivendicare la proprietà del vecchio edificio, per destinarlo a scuola. Contro questo progetto, che considera un inutile abuso nei confronti dei Viozenesi, si pronuncia con veemenza don Calleri, adducendo che “una casa screpolata, cadente, che minaccia rovina” non può essere adibita ad edificio scolastico, e in considerazione del fatto che “i poveri Viozenesi … dall’affitto di questa casa ricavano un piccolo provento per fare le spese necessarie attorno alla Canonica ed alla Chiesa, la quale non ha altro reddito che le poche elemosine dei fedeli”.

Tra le pieghe del suo sfogo emotivo, il sacerdote trova anche modo di documentare come la costruzione dell’attuale Chiesa, ”abbastanza ampia, decente e decorosa” risalga al 1845, mentre era Rettore don Gregorio Gastaldi, e fosse avvenuta “col generoso concorso di Monsignor Ghilardi … del Regio Governo e di pii benefattori” i cui nomi sarebbero stati incisi su di una lapide infissa nel muro del campanile.

 In precedenza, la Chiesa sarebbe stata invece niente più che una “miserabile Cappella coperta di paglia”: fino al 1817 con le caratteristiche e le facoltà estremamente limitate di Cappellania di Campagna e solo dopo tale data con la possibilità di conservare il SS. Sacramento nelle due novene di Natale e di S. Bartolomeo, di ungere gli infermi, di provvedere ai battesimi ed alle sepolture.  Con decreto 1 gennaio 1881 sarebbe stata successivamente eretta “quasi in vera Parrocchia”, essendo riservati al Prevosto di Ormea pochi, limitati privilegi, che finirono  con l’essere definitivamente superati nel 1917, allorché, mentre era Sindaco il viozenese Cesare Dolla, la Chiesa di Viozene ottenne finalmente il rango di Parrocchia.

La Casa Canonica sarebbe stata costruita, invece, intorno al 1870-71, durante il Rettorato di don Innocenzo Ferrino, e sarebbe stata successivamente ampliata negli anni 1887-88, “con gratuito e volenteroso ajuto della popolazione, col concorso di pii benefattori, specialmente di Monsignor Pozzi vescovo della Diocesi, e con sussidio del R. Economato di Torino”.

 E’, questa del sussidio, l’ennesima dimostrazione della sensibilità e dell’ attenzione che i Sovrani ebbero a più riprese modo di manifestare nei confronti di una popolazione della quale dovevano esse ben note le precarie condizioni di vita. Alle premure del Sovrano, S.M. Umberto I, i Viozenesi cercarono questa volta in qualche modo di rispondere, inviando nel 1888 in dono un aquilotto, per il quale ricevettero in cambio, insieme con una lettera di ringraziamento, un’offerta in denaro per la Chiesa.

  Tra le attenzioni che i Savoia nel corso degli anni avevano avuto modo di esprimere in favore dei Viozenesi, un cenno particolare merita certamente quella del 2 gennaio 1844, quando Re era Carlo Alberto, anche perchè offre lo spunto per illustrare in tutta la loro drammatica crudezza le condizioni di vita della popolazione.

  Era successo che, a seguito dell’assegnazione del territorio delle Viozene al Comune di Ormea, questi aveva deciso, in quanto proprietario, di affittare mediante incanto pubblico i pascoli ed i terreni coltivabili per un periodo di tre anni: un periodo che si era rivelato, peraltro, subito, assolutamente troppo breve perchè gli agricoltori potessero prendersi cura dei campi e, soprattutto, potessero affrontare le spese per la costruzione di una casa. Ne era derivato che “era una grande compassione … il vedere tante povere famiglie, che avevano deliberato di fissare in Viozena il loro domicilio, vederle dico a costruirsi in fretta una miserabile capanna, un abituro qualunque al piano terreno, scavato sovente nella terra e coperto di erbaggi, di zolle, senza finestre, con una porta, o meglio un buco per entrarvi. Un ruvido cancello impediva l’ingresso delle bestie e delle belve. Quivi abitava, mangiava, dormiva l’intera famiglia per tutto l’anno, e forse dormiva anche con la famiglia l’inseparabile capra. ….. Neppure le terre erano ben coltivate a seminagione, e quante volte non si faceva consistere il vitto se non negli erbaggi!”.

  La descrizione delle condizioni di vita offre a don Calleri lo spunto per lanciare un accorato grido di dolore e per invocare comprensione e compassione per una popolazione di diseredati e di analfabeti che sarebbe stata negli anni costretta a subire le conseguenze della propria incolpevole ignoranza e negligenza.

Questa volta a motivo dell’atteggiamento di indisponibilità assunto proprio della Amministrazione comunale di Ormea, che, nonostante l’esistenza di un provvedimento regio volto a sollecitare il Comune a concedere in fitto i terreni per un periodo di almeno sessant’anni, tentò in tutti i modi di opporsi. La controversia che ne seguì durò dieci anni e si concluse il 19 Agosto 1854 con una seduta straordinaria del Consiglio Comunale, presieduto dall’Intendente di Mondovì, che sancì il diritto dei Viozenesi. Al Comune non rimase perciò altro  che procedere alla misurazione ed estimo delle terre di Viozene: incarico che fu affidato al geometra Vincenzo Giusta, il quale lo portò a termine nel 1857. Sempre in quell’anno, l’8 ottobre, il Consiglio comunale poté così provvedere ad approvare la misurazione e l’estimo delle 73 sciorte (o sorti, o tenute) in cui era suddiviso il territorio, e la deliberazione fu definitivamente avallata dall’Intendenza di Mondovì con decreto 15 Aprile 1858.

Ma la vicenda era ben lungi dall’essere conclusa.

Per negligenza, ingenuità ed ignoranza, infatti, i Viozenesi non si preoccuparono in alcun modo di stipulare  regolari contratti d’impegno con l’Amministrazione comunale. Finì così che, con deliberazione del 22 Maggio 1863, il Consiglio, disconoscendo di fatto il significato del provvedimento del Re Carlo Alberto, “a voto unanime, per alzata e seduta, … ha deliberato come delibera di vendere le sorti delle Viozene ai presenti ritenitori delle medesime al prezzo d’estimo stabilito dalla perizia compilata nell’anno 1856-57 dal Signor Geometra Vincenzo Giusta senza la diminuzione del quinto. I tenimentarii dei beni delle Viozene dovranno presentarsi a stipulare gli istrumenti d’acquisto davanti la Giunta Municipale nei mesi prossimi di Settembre ed Ottobre, scaduto il quale tempo, il Municipio si riserva  prendere quei provvedimenti che crederà di suo interesse riguardo a quei terreni che non saranno venduti. Non si accetterà verun pagamento minore del quarto del valsente del fondo acquistato da ciascun individuo, concedendo la mora di anni venti, mediante ipoteca sui beni stessi a garanzia del Comune e coll’interesse legale del 5 per cento”.

  Per l’impossibilità di pagare le terre, appena un terzo dei detentori si presentò a regolarizzare la propria posizione, ma non tutti riuscirono successivamente a far fronte agli impegni assunti. E quanti sul terreno avevano nel tempo costruito un’abitazione si videro anche negato il diritto alla proprietà. Tutte le famiglie che non erano state in grado di acquistare i terreni non poterono così far altro che continuare nella loro precaria esistenza di fittavoli del Comune, in pericolo continuo di essere licenziati se non avessero pagato regolarmente il fitto.

  Nell’impossibilità di trovare a Viozene il benché minimo lavoro, per far fronte agli impegni, agli agricoltori non rimase a questo punto altro che rivolgersi altrove. “Agricoltori emigranti” li definisce appunto don Calleri, testimoniando come fossero in grado di lavorare le terre solo per pochi mesi d’estate e, “fatta all’autunno la raccolta dei meschini prodotti” fossero costretti ad emigrare in Liguria o in Francia, essendo i prodotti delle loro terre sufficienti appena per metà dell’anno e nell’assurda situazione di dover rubare anche la legna per cuocere un po’ di patate. Ricorda a tal proposito don Calleri come all’epoca rubare la legna fosse reato punibile col carcere e con multe, e cita al riguardo il caso di due persone che, sorprese a rubare un po’ di legna per fare un po’ di fuoco e  non gelare dal freddo, erano state inesorabilmente condannate al carcere, nonostante una fosse una povera madre di famiglia “che dovette condurre con sé tre marmocchi, se non voleva lasciarli morire di fame”. Ma, d’altra parte, essendosi il Comune riservato la proprietà delle selve e dei pascoli, sugli altri terreni, tutti a coltivo, non c’era evidentemente possibilità di far legna.

  Giunto ormai alla fine delle sue note, e prima di dare conto del suo progetto,  che altro non è poi se non l’idea di costruire una casa  per l’istruzione, l’ educazione ed il ricovero dei ragazzi durante i mesi invernali, così da toglierli dalla strada ed evitar loro  di  rimanere soli e abbandonati a se stessi, don Calleri trova ancora il modo di fornirci un’accurata descrizione del clima: dolce e salubre quello estivo, che richiama “un buon numero di Signori dalla vicina Liguria e dalle pianure del Piemonte”, ospiti di “tre piccoli alberghi”, cui fa da cornice “una rivendita di sali e tabacchi, nella quale v’è pure un piccolo spaccio di commestibili, vesti, ecc.”; assolutamente inclemente quello invernale: “ottobre porta l’inverno e novembre la neve, la quale non viene quasi mai senza un impetuosissimo vento, che chiamano tormenta e che proibisce di mettere il piede fuori di casa. … Il fenomeno è qualcosa di spaventoso ed orribile: sembra un pandemonio: chi non l’ha veduto coi propri occhi non può formarsene un’idea; allora la neve gettata dal vento entra per il più piccolo foro nelle case, nelle capanne; entra nelle orecchie, nelle narici e guai a tenere aperti gli occhi.”

 Ricorda anche, il sacerdote, come “nell’anno 1887, il 17 Aprile, in cui cadeva la Domenica in Albis” a causa della tormenta che ebbe ad imperversare per più giorni, due sole persone poterono assistere alla Messa.

 In condizioni normali, viceversa, per l’impossibilità della Chiesa di contenere tutti, durante le funzioni religiose una parte della popolazione era costretta a starsene fuori. Sì, perchè nel 1890  la popolazione di Viozene, è bene ricordarlo, contava circa 950 anime.  

   

 

Disegno rilevato da una planimetria delle “Viozenne”  (stralcio)  di Matteo Vinzoni 1730 - Archivio di Stato di Genova.

La carta originale comprende il territorio - dalla Colla di Carnino alla fraz. Pé (attuale Case Alpea) nelle vicinanze di Toria - e rileva i confini di 38 “sciorte” (appezzamenti) spettani alla “ citta della Pieve.

La chiesetta di San Bartolomeo è disegnata come si presentava in quell’epoca.

La cappella sembra avere la copertura in “ciappe” di ardesia mentre la costruzione adiacente, sul lato a ponente, sembrerebbe avere la copertura in paglia come quella di tutte le costruzioni del territorio. Il locale attiguo, con ingresso indipendente, potrebbe essere il ricovero del Cappellano e fungere anche da sacrestia. Il Vinzoni, nei suoi rilievi, era molto preciso e scrupoloso.